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7 dicembre 2007

#16 Walt il lisergico

Più o meno 106 anni fa e più o meno 41 anni fa, nasceva e moriva Walt Disney, precisamente il 5 dicembre 1901 e il 15 dicembre 1966.
Qualche tempo fa mentre “viaggiavo” su youtube la mia attenzione è stata catturata dalle svariate scenette psichedeliche dei film Disney. Conseguenzialmente è sorto in me un arcano dubbio: di che si faceva Walt Disney?
E va bene che una volta ogni tanto (volendo sfogare la tua assurda fantasia) in mezzo al cartone animato del momento ci ficcavi dentro un trip allucinante nei meandri della psiche, ma a me sembra di averne visti un pò troppi di sti trip allucinanti mio caro Walt.
Avendo approfondito le mie ricerche, sono venuto a conoscenza del fatto che circolano un bel pò di leggende metropolitane su di te. D’altronde si sa, quando sei un personaggio di fama mondiale, come me o te, caro Walt, iniziano a circolare strane voci sul tuo conto. C’è gente che ancora si chiede se è vero o no che mi depilo la lingua... mah.. rimarrà un mistero... Tornando a noi, Walt, devi sapere che su di te si vocifera di messaggi subliminali nei tuoi cartoni animati riguardanti sesso, roba satanica e soprattutto droga... si vocifera... c’è poco da vociferà: è palese la cosa... Basta un poco di zucchero e la pillola va giù; Trilly con la sua polverina magica; per non parlare di Alice poraccia che c’ha un intossicazione da funghetti allucinogeni... In ogni tuo film c’è minimo una scenetta assurda che ricorda tanto gli effetti di un trip allucinogeno. Poi in un mondo così zuccheroso qualcosa di oscuro doveva nascondersi. “Se puoi sognarlo, puoi farlo” dicevi solitamente adorato vecchio lisergico Walt. Tiè! Beccati una mini antologia delle tue visioni più fiche in tuo ricordo:






3 dicembre 2007

#15 Across the Beatles

Non avevo mai capito cosa ci trovasse d’interessante il mondo in quattro ragazzini di Liverpool un pò sfigatelli e un pò tanto cessi. Dopo aver visto Across the universe l’ho capito. Il nuovo film della delisziosa regista Julie Taymor (citata anche nel mio esame di maturità con il suo film Frida), racconta la storia di Jude (un ragazzo di Liverpool che sbarca in America) e l’epoca che lo circonda: il pre-sessatotto, il sessantotto, e appena-appena il post-sessantotto. Tutto ciò raccontato attraverso le canzoni dei Beatles che parlano di amore come di politica e raccontano così non solo le singole vicende che circondano Jude ma anche gli eventi mondiali e sociali del tempo quali la guerra in Vietnam, le proteste studentesche e bla bla bla. I temi trattati sono così facilmente riscontrabili con il presente che mentre Julie girava la scena della marcia pacifista, gli abitanti di New York pensavano fosse una vera marcia contro la guerra in Iraq. Parla Julie Taymor: “La gioia più grande però è stata mostrare il film a Paul McCartney. Ero a Londra, seduta accanto a lui mentre vedeva la mia opera. Durante la proiezione mi sono sentita insicura di tutto, tremavo. A un certo punto Paul ha cominciato a canticchiare sotto voce All My Loving e mi ha detto: è impossibile che non mi piaccia.” Ho un debole per i musical quindi sono di parte nel giudizio, comunque un bel sette e mezzo se non otto lo merita proprio. Mi fanno impazzire, poi, tutti i vari quadri musicalpsichedelici che come li fa Julie non li fa nessuno. Da annotare inoltre la collaborazione di svariati artisti tra cui Bono Vox, Joe Cocker, il coreografo Daniel Ezralow e il cammeo dell’ex-Frida Salma Hayek in versione infermiera sexy. Le cose che non mi convincono? La droga: il film è una continua visione psichedelica della realtà ma da dove nasce tutto ciò? L’origine del trip (che sia un’innocua canna, un acido o una pippata di checcazonesò) nel film non appare per niente, fatta eccezione per due-tre foglie di marijuana sulle insegne dei negozi. Problemi di perbenismo? Poi il classico sdolcinato bel finale all’americana; pensandoci bene un finale tragico proprio non ci stava bene. All you need is love. Ma siamo proprio sicuri che tutto ciò di cui abbiamo bisogno sia l’amore? Mah...

#14 Il mio "nuovo" film preferito

"Qualunque cosa farai, amala."

La scorsa notte, precisamente dalle 4 alle 6, durante una mia tipica notte insonne e durante un mio tipico attacco di fame cinematografica ho scoperto il mio “nuovo” film preferito. Prima nella lista c’erano Moulin Rouge di Baz Luhrmann e Dancer in the dark di Lars Von Trier; ora si è aggiunto Nuovo cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore: il film è uscito l’anno in cui sono nato, nel 1988, e nei due anni successivi ha trionfato a Cannes, agli Oscar e ai Golden Globe.
La storia? Giancaldo, paesino inesistente della Sicilia, fine degli anni ’40, l’unico divertimento era il cinema. Salvatore Di Vita, un bambino fichissimo di dieci anni, stringe amicizia con Alfredo, il proiezionista del Cinema Paradiso. Alfredo fa praticamente da padre al piccolo Salvatore che viene così iniziato al mestiere di proiezionista, al cinema e alla vita. Il film infatti attraversa e racconta la vita di Salvatore (fino all’età di 50 anni quando è ormai un regista affermato) in una sorta di flashback continuo che mescola passato e presente: il ricordo del passato lo aiuterà a ridefinire il presente.
Mi ha sempre appassionato il tema “Cinema e Vita che si fondono” e in questo film sono rappresentati come due giocatori di ping-pong che continuano a passarsi la pallina all’infinito: il tutto è riuscitissimo. Ci sono tanti altri film che hanno toccato l’argomento ma nessuno l’ha mai approfondito del tutto. Uno a caso: The Dreamers di Bertolucci. Escludendo naturalmente 8 ½ di Fellini che non lo definirei “film” ma “opera surrealista”.
Tornando a Nuovo cinema Paradiso (che poi nella versione internazionale si chiama solo Cinema Paradiso senza il “Nuovo” chissà come mai?), è un film con dentro tutto: le continue citazioni; la censura; i luoghi comuni dell’italiano medio; la chiesa; la famiglia; l’istruzione; l’amore; la morte... C’è tutto ed ogni cosa è al posto giusto al momento giusto, non sgarra mai. Chiudono il pacchetto regalo le musiche firmate Morricone che intensificano le emozioni all’ennesima potenza.
È uno dei pochissimi film che mi ha dato tutto quello che un film mi deve dare. Mi ha fatto sorridere, mi ha fatto ridere e mi ha fatto piangere. Ed essendo rarissima per me la lacrima-causa-film, vuol dire che è un film davvero speciale.


27 novembre 2007

#13 Trainspotting

“Allora perché l'ho fatto? Potrei dare un milione di risposte tutte false. La verità è che sono cattivo, ma questo cambierà, io cambierò, è l'ultima volta che faccio cose come questa, metto la testa a posto, vado avanti, rigo dritto, scelgo la vita. Già adesso non vedo l'ora, diventerò esattamente come voi: il lavoro, la famiglia, il maxitelevisore del cazzo, la lavatrice, la macchina, il cd e l'apriscatole elettrico, buona salute, colesterolo basso, polizza vita, mutuo, prima casa, moda casual, valigie, salotto di tre pezzi, fai da te, telequiz, schifezze nella pancia, figli, a spasso nel parco, orario d'ufficio, bravo a golf, l'auto lavata, tanti maglioni, natale in famiglia, pensione privata, esenzione fiscale, tirando avanti lontano dai guai, in attesa del giorno in cui morirai.”


23 novembre 2007

#12 Buona Morte!

Gustav Klimt "morte e vita" 1908-1915

“Tu, microscopica pulce ipodimensionata in un universo infinito che se ne sbatte allegramente di tutte le tue penose e tragicomiche disavventure, cosa aspetti a scoprire quand'è che il crudele destino ha stabilito di porre la parola "fine" alla tua miserabile esistenza, facendoti dolorosamente trapassare da questo desolato pianeta agli atroci inferi che ti meriti? La tua curiosità non può esimersi dall'abbeverarsi alla fonte della scabrosa conoscenza, non può evitare l'incontro con il destino. Sei pronto a segnare nell'agenda una croce sul giorno che il Fato ha stabilito per te?”
Con queste parole sei accolto nel sito che con un test di quindici domande (il deathclock) ti dice l’ora esatta della tua morte, la data, la causa e la percentuale della vita che ti resta da vivere. Io attualmente sto al 27,5 % e morirò a 71 anni nel 2059... Nel 2059? E tutto sto tempo come lo passo? Che faccio fino al 2059? Mentre ci penso sfogo la mia depressione nel cinema che ha sempre affrontato il tema della morte regalando al mondo scene incredibili e fantasie irraggiungibili. Sarebbe bello sapere che c’è qualcosa di fiabesco, onirico e sfavillante oltre la morte. Sarebbe bello sapere che c’è qualcosa. Purtroppo non c’è niente: ci spegniamo e basta. Zac e non ci siamo più.
É una specie di catarsi la morte: senza non si potrebbe apprezzare la vita.

Perché, senza l'amaro, amico mio, il dolce non è tanto dolce.

Morire è l'ultima cosa che farò.

Dai, dai, che tocca anche a te, morire ad oltranza che male c’è, tu prova a scappar, raccomandati ai santi, ma dovremmo alfine morir tutti quanti.

Non è che ho paura di morire. È che non vorrei essere lì quando succede.

Ricordate quei poster con la scritta "Oggi è il primo giorno del resto della tua vita"? Beh, questo è vero per tutti i giorni tranne uno: il giorno che muori.

Morire è la cosa peggiore che mi sia mai capitata.

Potrei essere piuttosto incazzato per quello che mi è successo, ma è difficile restare arrabbiati quando c'è tanta bellezza nel mondo. A volte è come se la vedessi tutta insieme ed è troppa...il cuore mi si riempie come un palloncino che sta per scoppiare...e poi mi ricordo di rilassarmi, e smetto di cercare di tenermela stretta...e dopo scorre attraverso me come pioggia... e io non posso provare altro che gratitudine per ogni singolo momento della mia stupida piccola vita. Non avete la minima idea di cosa sto parlando, ne sono sicuro. Ma non preoccupatevi, un giorno l'avrete.



15 novembre 2007

#11 We could be HEROES

É appena finita poco fa davanti ai miei occhi increduli la prima stagione di Heroes. Sti ultimi episodi ce li siamo proprio dovuti sudare: da un giorno all’altro ti scompare la serie sotto gli occhi e nella tua mente inizi a pensare che tutti i superpoteri nella serie hanno contagiato la serie stessa che è diventata invisibile ai fan italiani. Nessun super potere, solo supercoglioni. Luca Tiraboschi (direttore di Italia 1) cancella la programmazione a 4 episodi dalla fine a causa dei bassi ascolti. Poi ci ripensa, si accorge di aver fatto una cazzata e puffete eccoti i 4 episodi in seconda (facciamo terza) serata. Per pubblicizzarli poi sti 4 benedetti episodi girava lo spot su Italia 1 con la vocina che diceva: “gli ultimi impedibili episodi”. Impedibili? Ma se fino a dieci minuti fa me li avevi liquidati? Mah...
Comunque sia sta prima stagione nonostante tutto ci è piaciuta e pure tanto, non oso immaginare cosa dovrà fare un povero spettatore italiano per vedersi la seconda che in America è in onda in questo periodo.
Per chiunque si trovava a Instambul durante la programmazione di Heroes, la serie parla di un gruppo di persone che in seguito a mutazioni genetiche spontanee acquisiscono poteri sovrumani: un soggetto talmente banale da essere geniale. Il creatore Tim Kring si è inventato questo gruppo di x-men e si è messo lì a raccontarceli in una dimensione più quotidiana che fantascientifica dove non ci sono né costumini aderenti né mascherine dai colori sfavillanti. Ci sono persone che vivono una vita con dei superimprevisti: complotti, agenzie segrete, intrighi politici e colpi di scena che non ci dormi la notte. Il tutto adagiato su una trama talmente intrecciata che nemmeno Hitchcock riuscirebbe a strecciare. Vabbè non esageriamo, Hitchcock ci riuscirebbe. A me ci vogliono venti minuti per capire quello che succede. Insomma è una delle poche serie che non mi annoia e che è fatta benissimo. Ma allora perchè tutte ste belle cose non trovano riscontro nel pubblico italiano? Perché siamo una massa di idioti? Anche. La spiegazione principale la troviamo nel successo che la serie ha negli States: una schiera di 15 milioni di adepti-spettatori. E ora svelo il trucco: Heroes è un allegoria della cultura americana e agli americani, si sa, piace tanto vedersi in tv. L’america è piena di gente banale che cerca di essere speciale, il mitico sogno americano. Il cattivo della serie, Sylar, è un comune orologiaio che con la voglia di essere qualcuno finisce per essere qualcosa di veramente speciale: un super cattivone mangia cervelli. Morale: non sempre è giusto voler essere qualcuno a tutti i costi. C’è poi nella serie una mitica bomba nucleare che minaccia di radere al suolo New York e c’è chi cerca di trarne vantaggi politici. Spiegazione: 11 settembre 2001 dice niente? Troviamo inoltre in Heroes tutte l’etnie possibili, una grande varietà di lingue, culture che si mescolano, cheerleader, sfigati, poliziotti, esaltati, drogati, doppie personalità, pazzoidi... non c’è dubbio: è l’America.
Noi italiani siamo talmente menefreghisti che non ce ne fotte niente di guardare una così bella messa in scena del popolo americano di oggi. Pazienza. Mentre attendo con ansia l’arrivo della seconda stagione in Italia (incrociando le dita), mi gusto le varie parodie che circolano in rete: geniali come la serie stessa.
Quasi dimenticavo: “Salva la cheerleader, salva il mondo!”
Sono proprio un esaltato del cazzo.

13 novembre 2007

#10 Quando l’insuccesso è annunciato: Tideland


L’ultimo capolavoro di Terry Gilliam (il regista di Paura e delirio a Las Vegas e de I frateli Grimm per intenderci), Tideland il mondo capovolto, è uscito in tutto il mondo nel 2005. In Italia è uscito lo scorso 31 ottobre grazie a una cazzuta compagnia di distribuzione che si è presa la briga di farlo arrivare anche in Italia: Officine Ubu.
Terry Gilliam durante i vari festival, feste del cinema e viadicendo, viene osannato come un guru del cinema, il maestro, il genio, etc… Poi quando arriva al dunque le critiche lo massacrano sempre e i suoi film sono sempre insuccessi, in parole povere: non se lo cagano più di tanto (In Italia ci sono solo 25 copie di Tideland). È un po’ lo sfigato della situazione: ogni volta che deve racimolare un po’ di soldi per fare un film è un impresa e alcuni suoi progetti non sono mai andati in porto, c’è un Don Chisciotte dal titolo Lost in Mancia che non si sa più che fine abbia fatto: si è letteralmente perso.

Secondo me Terry è un mito: è uno di quei pochi registi che riesce a mescolare in maniera così sublime e visionaria la realtà e la fantasia facendoli scorrere uniformemente su un nastro di celluloide senza che te ne accorgi. Quindi successo o insuccesso poco ce ne importa di fronte a cotanta bellezza.

Tideland è un viaggio allucinante dentro il mond
o fantastico di una bambina che evade da una realtà in cui padre (dalla vita breve) e madre (dalla vita brevissima) sono costantemente imbottiti di eroina. È ispirato da un romanzo di Mitch Cullin: leggenda vuole che mentre Terry lo leggeva telefonò a Mitch dicendogli che immerso nella lettura gli era venuto in mente il quadro Christina’s world di Andrew Wyeth, un noto pittore americano del novecento.


Leggenda vuole che Mitch disse a Terry che mentre scriveva il romanzo aveva in mente lo stesso quadro. Da cosa nasce cosa ed ecco fuori Tideland con la sua casa nella prateria in mezzo a campi di grano, il tutto identico al quadro. La bambina nel quadro è una bambina con dei disagi fisici che cerca di rientrare in casa. La bambina nel film, la mitica Jeliza-Rose (muahahah!), non ha invalidità fisiche ma psichiche ed emotive. Queste carenze la portano a crearsi strane fantasie per riuscire a sopravvivere. Gli occhi di una bambina di dieci anni diventano quindi la folle visionarietà di Terri Gilliam: una poesia che prende vita da una psichedelica deformazione della realtà.
Allucinanti quasi più del film stesso le cose politicamente scorrette che si ritrova a fare questa povera bambina, come ad esempio preparare la dose di eroina al padre che deve concedersi la sua meritata “vacanza”. Il film dà inoltre una prepotente scossa a strani tabù quali: la voglia di uccidere, baciare un essere deforme e imbalsamare i nostri cari. Un applauso con tanto di applausometro allora alla fichissima Jodelle Ferland (l’attrice undicenne che interpreta la bambina protagonista) che non solo ha saputo muoversi con naturalezza davanti a tutte queste cose ma ha anche dimostrato di saper recitare come solo una bambina sa fare. E che bambina! Il film, infatti, vuole essere anche una critica a quei bambini americani stupidi, vittime del mondo e perfetti.

Degni di nota poi i parallelismi con “Alice nel paese delle meraviglie” quasi enfatizzati: la tana, lo scoiattolo-bianconiglio, la curiosità, la regina cattiva… Io ci ho visto anche quel tanto di pedofilia che caratterizzava a suo tempo Lewis Carroll. E ci ho visto anche un bel po’ di Psycho Hitchcockiano con questo culto dell’imbalsamare…
Comunque sia: da vedere sia da lucidi (per capirlo) sia da non-lucidi (per farsi una bella “vacanza” lì dove nascono i sogni).